Il viandante della montagna

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Il viandante della montagna

Per gli antichi, il giorno aveva fine ed inizio quando il sole spariva sotto l’orizzonte. Le donne e gli uomini delle nostre campagne con la fine della luce iniziano a rassettare la casa prima del riposo in una notte mai troppo lunga, per poi iniziare un’altra volta tutto dal principio; le anime notturne si preparano ad inondare la valle, tra alcune ore, quando le tenebre già abbondantemente calate si vestiranno di luci intermittenti, di chiasso, di asettico contatto. In ogni caso è un automatismo, sia esso un dovere ripetitivo o un piacere stereotipato. Su questo crinale è tutto diverso. Non ci sono incombenze per l’alba che arriva con sempre maggiore anticipo, nè costumi da indossare per mescolarsi con l’apparenza del circo notturno. C’è solo il soffio del vento che ad ogni nuova folata s’infrange con un accento sempre più freddo contro il bavero alzato della mia giacca di pelle. C’è il gioco delle nuvole che si colorano di rosso brillante dando vita a bestie fantastiche che restano accese solo per pochi minuti prima di spegnersi nell’oscurità. C’è uno spazio blu, alle mie spalle, dove il sole è già tramontato e dove si stanno accendendo case, paesi, mondi. C’è il firmamento limpido dei crinali ventosi, quello in cui il mistero dell’oscurità dà un oceano di piccoli indizi da unire con i tratti dell’immaginazione tra le stelle tremolanti come fiamme di candele. C’è il buio che, come uno specchio, si lascia guardare solo per offrirmi il riflesso di uno spirito. Il mio.


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